Luci soffuse. Colori improbabili. Via vai continuo di visitatori. Ospiti che urlano per sentirsi pur parlandosi a un metro di distanza. Accesso e permanenza solo dietro prenotazione.
No. No sono al Piper. Sono sdraiato sul letto nel reparto di chirurgia generale del San qualcosa di Roma. Stessa stanza dell’altra volta. Diverso l’oggetto di attenzione da parte dei medici.
Ho 35 anni: fatto un rapido calcolo, la mia presenza in questa stanza da sei letti abbassa l’età media a circa 56 anni. Gli altri astanti accusano una evidente sclerosi dei timpani che li induce ad urlare a squarciagola cose come “SCUSI? CHE ORE SONO?”. Almeno sono persone cortesi.
Piuttosto qualcuno dovrebbe spiegare a quello del letto XY che il telefono cellulare collega le persone via onde radio, quindi è del tutto inutile urlare più o meno a seconda che l’interlocutore sia a Latina o in Calabria.
Sono qui da 7 ore e ho già rivisto varie facce note tra medici e infermieri. Come già accadeva a novembre, continua a stupirmi il fatto che in questo reparto chiunque, anche la persona apparentemente meno educata e socievole, si dimostri all’atto pratico piena di umanità, disponibile, estremamente professionale.
Uno ce l’ho davanti adesso: ne ignoro il nome, ma lo riconosco e lui riconosce me. Mi era rimasto impresso perché ha il vizio, o forse il vezzo, di girare spesso con una sciarpetta (e a volte anche un cappello) sulla divisa bianca da infermiere. Mi chiede cosa mi riporti qui. Rispondo. Devo sembrargli preoccupato perché prima mi guarda imperscrutabile, poi afferma, definitivo: “Sso’ bbravi…”. Posso stare tranquillo.
Scherzi a parte, “Fellini” qui ha ragione. Non so come avvenga la magia, ma la strana alchimia che combina modi spesso rudi e talvolta persino rozzi ad umana disponibilità funziona.
Gli infermieri, per esempio, sono un po’ incazzosi con i parenti del paziente (che peraltro infestano liberamente il reparto a qualsiasi ora), ma con i degenti si comportano con affettuosa fermezza. Anche quando ad un occhio inesperto possono sembrare duri e persino crudeli, in realtà stanno gestendo il malato che altrimenti , lasciato allo “stato brado”, diventerebbe una iattura per sé e per gli altri.
Adesso però faccio una pausa e, visto che ancora posso, vado a fare due passi: cinque tromboni sordi che russano tutti assieme, felicemente ignari gli uni degli altri, rinnovano in me un preoccupante fervore in sostegno all’eutanasia.
Meglio prendere un po’ d’aria.
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*il titolo me lo ha suggerito il buon Guido Arata.









sono indeciso se considerarlo un post dotato di delicata sensibilità, oppure pensieri di un paziente in preda alla sindrome di Stoccolma.
Ad ogni modo, auguri di pronta guarigione
Dai roccia, fatte sto’ interventino e poi non ci si pensa più
Salutami la donna che grida al telefono, mi fanno simpatia
A domani, quando è tutto fatto e tu sei stordito dall’ anestesia!
Guido
Forza Alessio,
ti sono vicino
In bocca al lupo e…riposati!
Mi fai venire un infarto, che ci fai di nuovo in ospedale?!
in bocca al lupo!!
Coraggio. Dal twit di oggi direi che il peggio dovrebbe essere passato.
Un bell’abbraccio.
Marina
Come va oggi? Bacio (sottovoce)